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Racconto di Stefano Strazzabosco, con immagini di
Enrico Mitrovich. Da questo fulmineo e fulminante racconto in 69 versi
Omero ne ha tratto un poema in 24 libri che ha chiamato Odissea.
bene. Io adesso cercherò di rispondermi poco seriamente a due domande, che sono:
1) Di chi parla questo libro.
2) In che lingua è scritto questo libro.
Per la prima domanda: questo libro parla delle avventure del grande Ulisse.
Ulisse è così unico da essere anche nessuno, e anche centomila. Ulisse è
così eroe, così mito totale da essere persino tutt'altro che eroe, un
eroe a noleggio direbbe Goethe. Ho due prove per dire del suo lato oscuro, 
anzi, grigio.
Una la trovo alla fine della repubblica di Platone. Qui un gruppo di morti famosi 
può scegliere di cambiare anima, di diventare qualcun altro. C'è l'imbarazzo 
della scelta anche per chi sceglie per ultimo.
Il primo sceglie di diventare un tiranno potente e spietato.
Un ex cantante diventa un usignolo, un ex pugile sceglie l'anima di una donna operaia. 
E Ulisse? Ulisse è l'ultimo a scegliere.
Si guarda intorno, cerca in giro, ma non vede niente di interessante, poi sì, eccola 
la sua anima nuova, in un angolo, abbandonata e negletta dalle altre anime.
E' l'anima di un privato cittadino: niente avventura, niente sete di conoscenza, 
niente seccature. Un piccolo bruto borghese, e sì che "fatti non fummo per viver 
come bruti" ha detto proprio lui in persona.
Dunque borghese piccolo piccolo, ma non solo.
Ulisse è anche fanfarone e mitomane in amore, poco gentiluomo tutto sommato. 
Si vanta con il re Alcinoco che Calipso, la bellissima figlia di Atlante, si innamorò 
di lui, perdutamente.
Però noi ci possiamo chiedere, come mai, quando lui parte, lei non si strappa i capelli 
come Didone per Enea? Anzi, si lasciano da buoni amici. Anzi c'è quasi da sospettare 
che fosse lei a non essere innamorata di lui. Forse è proprio così: se Ulisse può partire
non è solo per ordine di Zeus, ma forse perché lei, scrive Omero nel settimo libro, 
perché lei "era cambiata nei suoiriguardi".
E questa era la seconda prova di un Ulisse poco eroe o non solo eroe. Seconda
domanda: in che lingua è scritto questo libro?
Pensiamo un po': questi 69 versi sono l'esito di 1) testa, mani, forbici e
colla di Stefano ed Enrico, più la promozione e la stampa di Anterem e
Cierre, ovvero di cose e persone di oggi, anno 1997; poi: 2) del greco
scritto di Omero vecchio di millenni; 3) dell'italiano settecentesco di
Ippolito Pindemonte: È infatti sua la versione dell'Odissea che poi Stefano
prende, taglia e ricuce. Ma non è tutto in quanto a incroci temporali. Un
verso della prima diciamo sequenza del racconto di Stefano - "perch'io
rinnovi e disacerbi il duolo" - chiama in causa un verso del trecentesco
Petrarca "perchè cantando il duol si disacerba" e così di tantissimi poeti
che imitando il Petrarca hanno scritto che nel racconto e nel canto "il
duol si disacerba.
Insomma: questa lingua è vecchia. E con questo? Anche l'Ulisse dantesco è
vecchio e tardo, eppure eppure si rimette in mare, risfida i flutti, si
rimette in gioco fino all'esperienza estrema dell'abisso e della morte. E
come Ulisse questa lingua è carica di anni, sfida i flutti del tempo per
arrivare fino a noi, oggi, nell'abisso di via Massalongo 5.
Questa lingua è vecchia, e più che vecchia è antica: il Tempo e la Storia
l'hanno resa monumentale. Ma lei può essere monumentale come il cavallo 
di Troia. Dentro la sua pancia può contenere ciò che la Storia e il Potere
credevano di aver annullato e distrutto per sempre; contiene e nasconde il
non detto, l'inconscio, il dissimile, il sangue, il rimosso, e se tutto ciò
esce fuori ci prenderà di sorpresa, ci ferì e ci farà sanguinare, proprio
come le lance e i coltelli degli Achei. E' una lingua vecchia, e appunto 
non è nata ieri. E' furba come Ulisse, furba come una volpe. Narrano
infatti i bestiari che la volpe quando ha fame si getta supina nel fango 
trattenendo il fiato: gli uccelli credendola morta, vi si posano sopra per 
mangiarla, e allora lei d'un tratto si alza e li divora.
Ecco allora che sarà meglio avvertire, oppure no, i molti che dicono morta
una lingua. In un certo senso questa lingua può essere come il 
PacMan dell'immagine di Enrico Mitrovich che chiude giustamente il libro. 
Come il PacMan che si divora la sua stessa directory, ovvero ciò che
l'ha creata e la controlla. Questa lingua è vecchia. Ma forse al di là dei libri e della letteratura,
non c'è esperienza più intensa e che dà i brividi di parlare con un
vecchio, con un non coetaneo, e di scoprire d'un tratto che questo vecchio
è stato giovane, che ha amato e sofferto, che ha una versione tutta sua,
perchè vissuta, dell'amore e del dolore.
E' un incontro che può trasformarsi in scoperta: non te lo aspettavi, eri distratto, 
diffidente e indifferente con quel vecchio così lontano dalla tua vita, dalla tua età, 
dalle tue idee; pensi: cosa vuoi che abbia da dirmi, e invece invece può succedere 
che ti dica qualcosa e che quel qualcosa cambi un po' la tua giornata o di più. 
Ed è proprio qui, credo e credo che sia uno dei pungoli dell'operazione di Stefano
e di Enrico, ed è proprio qui, dicevo, che si fa esperienza vera con l'altro veramente diverso da te.
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